La chiesa di Mirandola

Uno scorcio del centro di Mirandola prima del terremoto.

Nel territorio della Bassa modenese, così come in tante altre realtà italiane, si possono contare numerose usanze legate al culto dei defunti. È molto interessante vedere come la paura dell’allontanamento, e forse il senso di solitudine derivante dalla perdita di una persona cara, abbiano generato gesti rituali che in passato venivano compiuti per esorcizzare la paura dell’«ultimo viaggio». Queste usanze si ricollegano a tre momenti fondamentali:

  • il volo dell’anima subito dopo il decesso [a];
  • la paura dell’oltretomba [b];
  • il giorno in cui si pensava che i morti ritornassero a fare visita ai vivi [c].
  1. [a] Non appena l’agonizzante era spirato, si apriva la finestra. Secondo le credenze di allora si pensava in questo modo di aiutare l’anima a «volare verso il suo destino» per evitare che rimanesse imprigionata nella stanza. E quando si sentivano rumori strani e inspiegabili si tendeva ad attribuirne la provenienza alle anime dei defunti. Nel territorio modenese la diffusissima espressione «chè ag seint», che letteralmente significa “qui ci si sente”, veniva pronunciata quando si era convinti dell’inevitabile convivenza tra vivi e morti.
  2. [b] Prima di chiudere la bara si era soliti mettere una moneta nella tasca del defunto perché si pensava che nell’ultimo viaggio fosse costretto a pagare un “pedaggio”: non si sa però a chi. Era credenza diffusa infatti che le anime, per accedere all’aldilà, dovessero varcare una soglia immaginata come un buio ponte che collegava due sponde vicine ma infinitamente lontane. E sempre prima di seppellire un corpo, talvolta, si faceva in segreto un foro nella cassa. Questo avrebbe consentito all’anima di “respirare”.
  3. [c] In alcune zone di campagna i contadini, il giorno dei morti, si svegliavano prestissimo per riassettare i letti: si pensava che le anime dei familiari scomparsi tornassero da un lungo viaggio e si voleva quindi far trovare loro morbidi giacigli in cui riposarsi. Davanti al cimitero di Mirandola, sempre il 2 novembre, in passato venivano accesi i cosiddetti «fogâz», enormi stufe di latta con sopra grandi padelle in cui venivano arrostite le castagne. Era tradizione comprarsene una manciata e consumarle mentre ci si avviava a portare un mazzo di fiori ai propri cari scomparsi. Questa particolare usanza, secondo alcuni studiosi, sarebbe la reminiscenza del pasto cimiteriale pagano.
Un dipinto che ritrae un mazzo di crisantemi

Tito Chelazzi, I crisantemi (particolare).

Per approfondimenti: Alberto Vecchi, Alcune tradizioni funebri nel mirandolese, in Folklore modenese, Aedes Muratoriana, Modena 1976.